Una persona, della quale non ho saputo rintracciare in nessun articolo le generalità, è stata assassinata brutalmente. La chiamavano "Brenda"; in vita e in morte soltanto questa è la sua identità: "Brenda", una trans, un oggetto del privato desiderio e del pubblico ludibrio. Le hanno dato fuoco per cancellare verità troppo scomode e avvertire che parlare o semplicemente sapere può essere mortale. Nessun quotidiano descrivendo l' omicidio di "Brenda" ha citato cognome e nome della vittima. Anche l'Unità, on line, descrive "Brenda" così: Brenda, trans brasiliano.
- Il video è tratto da "Vivre sa vie" di J.L. Godard.
venerdì 20 novembre 2009
Nome e cognome: Brenda, trans brasiliano
lunedì 16 novembre 2009
IL LINGUAGGIO PANOPTICO
Come essere sudditi inconsapevoli o consapevolmente prostrati – nel caso del paesino conosciuto meglio con la terminologia o neologia (fino ad un certo punto) di berlusconia – se non digerendo, senza ulteriore ruminazione – l’italico medio non comprende, viene immobilizzato attraverso la fissità delle immagini (minzoliniane la maggior parte delle volte) – un certo stilema linguistico-concettuale che è proprio il marchio, il segno, la piega del regime arcoriano? Non c’è niente o meglio non ci dovrebbe essere nulla di interrogativo, bensì molto di cogitativo. Cogitiamo sul fattore linguistico: all’interno di un sistema comunicativo creato – una strana ragnatela vischiosa, in ciò consiste l’immagine aracnoide del apparato mediatico – dal monopolio berlusconiano si dipanano anche le asserzioni delle presunte opposizioni: il Pd tanto per dirne una. Il fattore Alfa, che continua ad essere incomprensibile per le menti acuminate del partito di non-opposizione, consiste nella semantica stessa, nell’identità linguistica che è prodotto fondante del berlusconismo. Le parole, i discorsi vengono filtrati e rapiti, modificati nella loro struttura e veicolati: i termini di comunicazione sono di tipo coercitivo, producono a loro volta gli enunciati ed una volta realizzata l’operazione l’intero corpo discorsivo che era nato per contrastare un altro sistema argomentativo – l’essenza della dialettica – è annullato, o meglio modificato nella sua natura. Andiamo più a fondo del chiasma: una trasmissione che detiene il monopolio di approfondimento è chiaramente Porta a Porta del vespano nostrano: il linguaggio all’interno di questo sistema è totalizzante perché totalizzante è il pensiero prodotto da un’unica forma semantica. Qualunque esponente politico che dovrebbe costituire l’opposizione a Berlusconi è in realtà squalificato, diviene singulto di una voce che sovrasta strutturalmente i vagiti non allineati. E’ il potere della produzione discorsiva in mano ad un potere che non è in questo caso aleatorio, come Michel Foucault sosteneva, ma rigidamente nelle mani di un solo individuo che riesce a sintetizzare e successivamente ad annientare (nientificare) ogni voce contraria. Come può esplicarsi una voce contraria? Come noi – cittadini legati all’immagine creata e prodotta da Sua Emittenza – possiamo ricevere quel messaggio di contrasto? Attraverso un sistema controllato e gestito: l’apparato unico di sapere gestito dal Cavaliere. Non a caso Berlusconi procede per la sua strada immersa nella totalità del suo libero arbitrio, può sovvertire ogni ragione – e lo sta facendo – distruggendo lo stato di diritto attraverso una serie di illegalità clamorose degne del peggior Al Capone. E lo fa attraverso la gestione totale del sapere-potere. Non mi convince la manifestazione contro Berlusconi organizzata su facebook, non mi piace la struttura comunicativa che costituisce il sistema facebook, non molto lontana –anzi direi vicinissima – al modello orwelliano della neolingua con il quale Berlusconi ha creato le basi strutturali del suo impero mediatico. Chi diventa fan di qualcuno condivide la vischiosità e l’essere aleatorio del linguaggio berlusconiano. In fondo, nei gangli, negli ingranaggi più profondi del sistema panoptico (di controllo attraverso l’autodenuncia e di controllo dei pensieri attraverso un quantità limitatissima di vocaboli – è il concetto di neolingua di George Orwell su 1984) di facebook si scorge l’universo semantico di Berlusconi.
foto da: Dillinger è morto (1969) di Marco Ferreri
Marco
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sabato 31 ottobre 2009
TRA(ns)DIZIONI

Difese tradizionali che affondano nelle viscere – nelle aperture, sarebbe il caso di dire, in quelle brecce che l’immagine, ad uso e consumo di qualche proprietario di media, tanto per rimanere sul vago – di un sistema dell’immagine che, a sua volta, non affonda bensì viene fondato su strane e simboliche tradizioni (superstizioni, per chi si affaccia sul baratro e vede solo il flaccido e snervante barcollare di un eventuale trombone di turno). Signora Marrazzo e famiglia, ovvero un cordone ombelicale o un cancro inestirpabile ( tengo a sottolineare: inestirpabile non patologico) famiglia come declinazione del controllo – direi dell’ubuesco (ormai) giaciglio di nichilismo – verità come Aletheia ormai ridotta al ridicolo del tecnocrate gendarme. L’ossimoro: tradizione militaresca dal vago sapore larussiano ( Caso Cucchi: La Russa sapor di fez difende gli assassini del giovane, sulle orme del papà o –papa - Almirante il fucilatore) che con qualche alambicco tecnico vìola la tradizione della sana e robusta famiglia (quella era la salute!) Tradizioni a confronto che bivaccano lungo i cervelli – con annessi neuroni residui – dell’Italia che si riscopre, sovente, portatrice di peccato. Peccato dell’immagine, esiste quello che vediamo. Esiste il corpo massacrato ( dalle forze dell’ordine, si ma di quale stato? – la s minuscola è d’obbligo oltre che ovvia – un arresto equivale ad un omicidio, è la difesa dello stato, è la difesa del m-i-enestrello LaRussa) di Stefano Cucchi. E’ la locuzione diverso a giungere, solerte, negli anfratti uditivi del popoletto che coglie la diversità come indice di per-versione di ciò che la produzione di verità decide di far vedere. Trans e spacciatore. E’ il turpe, l’irregolare, l’anormale che fa la differenza, è l’anormale che usurpa il territorio infecondo e virtuale della tradizione, della famiglia. A pensarci bene il grido del bambino è rivolto ai due genitori, disattenti perché distratti da qualche Maria (marja) De Filippi di troppo o da qualche amante tanto per sentirsi trasgressivi (o trans-gressivi) mamma e papà: i singoli riuniti nella totalità. E’ questa la serenità. Peccato la tecnocrazia dei videofonini ma si sa, l’immagine è violenta. Non che faccia l’apologia dell’iconoclastia ma se ti combini nella zona dell’Acqua Acetosa con Gasparri intento a cercare l’Apeiron (frase interrotta per dare libero arbitrio all’immaginazione dei lettori) Solo coccole – materne e paterne – afferma Natalie la preferita del marito della signora M. Manganelli, pugni e calci invece per Stefano vittima di qualche altra tradizione – quella del manganello paterno (mussoliniano) larussiano della beneamata nei secoli sempre fedele alle tradizioni - . Golpista lo stato (s sempre minuscola volutamente) golpista l’ esecutore fisico (amplessi parlamentari a parte). Piccolo compendio di ermeneutica: Il cavaliere – deus ex machina, vale la pena ricordarlo – agisce mediante il suo linguaggio – il neo-linguaggio italiano – si eclissa e riappare, produce, ad hoc, la realtà mescolandone le carte – il mazzo è suo - . Immagine: Napoli, omicidio di camorra. Una persona scavalca il cadavere come fosse un escremento, un’altra donna si dà alla fortuna con un gratta e vinci con il cadavere che le giace a fianco: l’illusione virtuale conta più di un cadavere per strada. In fondo, parafrasando Guccini (nella canzone Addio), le lotterie costituiscono l’ unica fede in cui sperare.
- Stefano Cucchi, 31 anni, arrestato per un po’ di marjuana e restituito cadavere ai familiari. La difesa dei carabinieri: “Le camere di sicurezza non sono alberghi”.
foto: Le charme discret de la bourgeoisie (1972) di Luis Bunuel
Marco
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martedì 20 ottobre 2009
IL SALE CHE DISSETA

Possiamo affermare, seppur con qualche distinguo – qualche non presuppone, ovviamente, uno svilimento delle varie amenità (?) che continuano a dettare le linee guida di un paese sempre più pervaso da orizzonti teocratici e claustrofobici – che il personaggio, ubuesco nella sua sete di potere e violenza, Berlusconi - è finito; con finitezza intendo un orizzonte raggiunto, racchiuso in un arco di tempo circoscritto; potremmo considerare il limite della capsula esistenzial-virtuale del Truman show come il paradigma della prospettiva del magnate Berlusconi, avvolto, al di là della sua distribuzione totalitaristica e onnipotente di distribuzione della verità, da una temporalità sempre più vicina alla conclusione. Il tempo nella sua innocenza tragica, nella sua contingenza non fa sconti, non ha idee in merito, non patteggia, non può essere eluso a furia di decereti legge e lodi ad hoc; ha una sua funzionalità al di là di quel tempo, accresciuto, diradato, che cresce e delira nella mente del Foster Kane italiota – magari avesse quel genio! –... il tempo è andato anche per il dispensatore e produttore di realtà. L’immortale è mortale, e lui sta morendo, è già morto; ma si sa, l’Italia necrofila soggetto di penetrazione – delle più violente – è costituita da onomatopeiche roboanti che danno la netta sensazione – all’analitica e perspicace ottica esterna – di ritorni, di rigurgiti a sentimenti antichi, ai vecchi fasti avvolti di nero pece, quando le leggi venivano chiamate con il loro nome: Nomen omen , il nome è un destino. Ed è qui che si radica l’equivalente semantico e comportamentale-cognitivo dell’omino - rosso putiniano e nero mussoliniano - di Arcore: il berlusconismo. Il nome non ha un destino o meglio... nuove produzioni di apparati linguistici hanno rivoluzionato – in senso, ovviamente reazionario: qui, nel mondo escheriano di berlusconia, non esistono prospettive e nemmeno destini, figuriamoci gli opposti – il senso stesso del linguaggio attuando una modifica vigorosa e un controllo diretto alla produzione di pensieri. La critica, che costituisce, evidentemente, una delle basi fondamentali delle democrazie occidentali, è radicalmente sviscerata e svuotata dall’interno da una nuova ri-definizione dell’accezione. Se cambiano i significati mutano i pensieri, se gestiamo e produciamo l’intero apparato linguistico controlleremo i pensieri e di conseguenza le azioni della maggioranza – siamo ottimisti! – degli individui. Gli attacchi, per così dire semantici, avvengono, infatti, su due livelli, i più profondi e costituitivi del concetto di democrazia: indipendenza della magistratura e indipendenza dell’informazione. Corollario importante di nuove sfumature e significati: dalle querele a Repubblica e L’Unità ai calzini turchini del giudice Mesiano - reo di aver condannato l’azienda Mediaset a risarcire la defraudata Cir di De Benedetti - dall’ultimo killeraggio nei confronti di Corrado Augias alla cacciata del Nobel Josè Saramago dall’azienda di famiglia Einaudi. Non un paese golpista, per carità bensì un paese che difende il suo made in Italy. Il problema sono le uova, ormai innumerevoli, disperse nei gangli più disparati di questo paesucolo. Il sale che disseta è, ahimè, l’immortale di Berlusconi. Lo sfuggente, l’aleatorio, l’hic et nunc irrinunciabile del linguaggio italian-videocratico.
Marco
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lunedì 12 ottobre 2009
IL MICIOPARDO

Riuscire a trovare un capo – o una coda, l’equivalente – è operazione ardua, usando un poco mirabolante eufemismo (il che corrisponde ad una bella e buona provocazione verso i legaioli pontidiani) perchè, se consideriamo l’insieme degli stilemi e dei bagordi nei quali (i primi: riguardano la formulazione dell’immagine con annesso linguaggio: vedere alla voce Minzolini!
i secondi: la scorpacciata di feci quotidiane che rendono l’italiota vero e proprio decano nell’arte della coprofagia), riusciamo a scorgere soltanto un eterno ritorno – ovviamente molto modesto rispetto a quello nietzscheano – che non riesce ad illuminare d’immenso le menti già svilite dell’italoidiota. Perciò dobbiamo pescare nel mezzo, nel pastume molto post-ideologico che si riassume nello scegliere, nella dicotomia tipica dell’ora di cena: cosa guardiamo il Tg5 o il Tg1
( ho evirato ad hoc il punto di domanda). Perchè Errare è umano ma anche Orrore è umano. Si direbbe allora che esiste un capo, una scelta, e quindi una coda. Ma si cade o meglio decade nell’illusione della diversità, della pluralità. E’, se vogliamo, l’antitesi del panta rei eracliteo. Nulla scorre se non una serie infinita – perchè ciclica nell’eterno ritorno – e limitata di un linguaggio sempre uguale nella sua impotenza polisemica. Nulla deve cambiare perchè tutto rimanga uguale: il miciopardo all’italiana. Un chiaro paradigma – peschiamo sempre dal mazzo – è il nostro capolavoro (a detta del produttore-distributore-padrone-presidente Berlusconi) che rappresenterà l’Italia agli Oscar: Baarìa del comunista ( ci tiene a precisarlo tra le pustole costernate di Bruno Insetto nel salottino eversivo di Porta a Porta ) Giuseppe Tornatore. Badate bene, un comunista nel salottino del giornalista (sic!) accusato di filoberlusconismo. Ma allora non è vero che la Rai – come dicono gli intellettualoidi di sinistra – è militarizzata dai berluscojones! Caspita c’è Tornatore il comunista con il suo film eversivo, attaccato anche dal Giornale di famiglia perchè comunista! Ma allora non è vero che Berlusconi controlla il suo Giornale! Lui ha detto che chi non vede Baaria non può dirsi italiano. Feltri è davvero uno con la schiena e lo schienale diritto, Berlusconi è imparziale nonchè produttore e distributore della bagaglinata targata Tornatore. Il film dal verso univoco: rappresenta la mediocrità di un Italia inondata dal Cavaliere - di nuovo imputato -. La locuzione Comunista equivale, nel gergo berlusconiano, al Goldstein orwelliano avvolto, però, nello zucchero filato. Tornatore è comunista come lo è Piero Sansonetti. I furbastri di regime con tanto di proclami. Nella saga tornatoriana c’è un’assenza un po’ troppo insistente per non far suscitare nessuna obiezione o meglio abiezione: la memoria, o meglio il buco della memoria. Bagheria è fortunata, la Sicilia non ha avuto il fascismo spietato bensì una banda di imbranati da sfottere: strano rimando alla famigerata uscita del Cavaliere Il regime fascista era blando, mandava gli oppositori in vacanza (Vedere alla voce Matteotti e Gramsci). Proprio come, verrebbe da dire, i terremotati d’Abruzzo. Non esiste neanche la mafia nel capolavoro del nostrano macchinista. Non esiste Portella della Ginestra: Salvatore Giuliano, fascisti e servizi segreti, chi erano costoro? Non esiste neanche Peppino Impastato, ci mancherebbe altro. A questo punto la farsa nostrana può iniziare: la storia d’amore, un amore sofferto, lacerante, battute alla Panariello, Facce da bagaglino – quello più bieco – dialoghi da fiction, finale furbastro. Un film ingiurioso.
Feltri dal Giornale di famiglia attacca Annozero: non si può parlare di mafia nè nominare Borsellino – il giudice che indagava, prima di saltare in aria, su Berlusconi, Dell’Utri e Mangano -. Marcello Dell’Utri - almeno da Baaria- ne esce illeso: Feltri è più rilassato però, ci tiene a precisarlo, lui continua ad essere un giornalista libero; proprio come il rosso Tornatore. Liberi di dire e fare tutto quello che il padrone gli dice di fare...e dire...e nascondere. Il cerchio si chiude, non c’è uscita. L’unica nostra speranza è il Tg 1 di Minzolini, a seguire i pacchi: gli ennesimi. Un’altra bella scorpacciata: l’ennesima.
i secondi: la scorpacciata di feci quotidiane che rendono l’italiota vero e proprio decano nell’arte della coprofagia), riusciamo a scorgere soltanto un eterno ritorno – ovviamente molto modesto rispetto a quello nietzscheano – che non riesce ad illuminare d’immenso le menti già svilite dell’italoidiota. Perciò dobbiamo pescare nel mezzo, nel pastume molto post-ideologico che si riassume nello scegliere, nella dicotomia tipica dell’ora di cena: cosa guardiamo il Tg5 o il Tg1
( ho evirato ad hoc il punto di domanda). Perchè Errare è umano ma anche Orrore è umano. Si direbbe allora che esiste un capo, una scelta, e quindi una coda. Ma si cade o meglio decade nell’illusione della diversità, della pluralità. E’, se vogliamo, l’antitesi del panta rei eracliteo. Nulla scorre se non una serie infinita – perchè ciclica nell’eterno ritorno – e limitata di un linguaggio sempre uguale nella sua impotenza polisemica. Nulla deve cambiare perchè tutto rimanga uguale: il miciopardo all’italiana. Un chiaro paradigma – peschiamo sempre dal mazzo – è il nostro capolavoro (a detta del produttore-distributore-padrone-presidente Berlusconi) che rappresenterà l’Italia agli Oscar: Baarìa del comunista ( ci tiene a precisarlo tra le pustole costernate di Bruno Insetto nel salottino eversivo di Porta a Porta ) Giuseppe Tornatore. Badate bene, un comunista nel salottino del giornalista (sic!) accusato di filoberlusconismo. Ma allora non è vero che la Rai – come dicono gli intellettualoidi di sinistra – è militarizzata dai berluscojones! Caspita c’è Tornatore il comunista con il suo film eversivo, attaccato anche dal Giornale di famiglia perchè comunista! Ma allora non è vero che Berlusconi controlla il suo Giornale! Lui ha detto che chi non vede Baaria non può dirsi italiano. Feltri è davvero uno con la schiena e lo schienale diritto, Berlusconi è imparziale nonchè produttore e distributore della bagaglinata targata Tornatore. Il film dal verso univoco: rappresenta la mediocrità di un Italia inondata dal Cavaliere - di nuovo imputato -. La locuzione Comunista equivale, nel gergo berlusconiano, al Goldstein orwelliano avvolto, però, nello zucchero filato. Tornatore è comunista come lo è Piero Sansonetti. I furbastri di regime con tanto di proclami. Nella saga tornatoriana c’è un’assenza un po’ troppo insistente per non far suscitare nessuna obiezione o meglio abiezione: la memoria, o meglio il buco della memoria. Bagheria è fortunata, la Sicilia non ha avuto il fascismo spietato bensì una banda di imbranati da sfottere: strano rimando alla famigerata uscita del Cavaliere Il regime fascista era blando, mandava gli oppositori in vacanza (Vedere alla voce Matteotti e Gramsci). Proprio come, verrebbe da dire, i terremotati d’Abruzzo. Non esiste neanche la mafia nel capolavoro del nostrano macchinista. Non esiste Portella della Ginestra: Salvatore Giuliano, fascisti e servizi segreti, chi erano costoro? Non esiste neanche Peppino Impastato, ci mancherebbe altro. A questo punto la farsa nostrana può iniziare: la storia d’amore, un amore sofferto, lacerante, battute alla Panariello, Facce da bagaglino – quello più bieco – dialoghi da fiction, finale furbastro. Un film ingiurioso.
Feltri dal Giornale di famiglia attacca Annozero: non si può parlare di mafia nè nominare Borsellino – il giudice che indagava, prima di saltare in aria, su Berlusconi, Dell’Utri e Mangano -. Marcello Dell’Utri - almeno da Baaria- ne esce illeso: Feltri è più rilassato però, ci tiene a precisarlo, lui continua ad essere un giornalista libero; proprio come il rosso Tornatore. Liberi di dire e fare tutto quello che il padrone gli dice di fare...e dire...e nascondere. Il cerchio si chiude, non c’è uscita. L’unica nostra speranza è il Tg 1 di Minzolini, a seguire i pacchi: gli ennesimi. Un’altra bella scorpacciata: l’ennesima.
a futura memoria: ARTICOLO 3 DELLA COSTITUZIONE ITALIANA:
Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
Se tu fai dei reati e poi entri in politica acccusando i giudici che indagano su di te di fare politica significa che sei due volte losco, bis-luscus, cioè Berlusconi. (Daniele Luttazzi)
Marco
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martedì 22 settembre 2009
Necrofilia di Stato

Lacrime, visi rattristati e un po’ insonnoliti; una ciambella di salvataggio – per rimanere in tema alimentare – e non una motovedetta della Marina militare, che ha l’ordine – Credere, Obbedire Combattere – di non fare ostaggi nel mare italiano (Lega docet!), ha salvato – almeno per qualche giorno - le incandescenti giornate del Governo di Arcore. Niente di meglio che una bella abbuffata di cadaveri assassinati dal Parlamento italiano (come mandanti si intende! Una dialettica del bene e del male occupa i palati insaporiti di plasma e tricolore di questi lucidi e necrofili tromboni di regime: i talebani terroristi. In effetti più che dialettica si dovrebbe sottolineare il carattere manicheo delle loro vili e bonarie – italiane oserei dire – affermazioni. Lo spostamento coglie l’aspetto più esterno, marginale – ri-oserei dire – dei fatti: gli esecutori. Apparizioni e sparizioni: con questa dinamica binaria si svolgono i funerali di stato dei parà morti in Afghanistan). Svelo un segreto di stato, la responsabilità di quelle morti, di quei cadaveri pianti è del governo Berlusconi principalmente e dell’intero Parlamento. Come in una costellazione paranoica coadiuvata dal sapere di regime – televisione (dove ribadisco ancora una volta si informa l’80% degli italiani, la parte degli iloti, maggioritaria a quanto, ancora, pare) – c’è un solo responsabile: il terrorismo, ed una serie di produzioni discorsive, di locuzioni atte a mistificare e produrre una verità unilaterale sui fatti: missione di pace, eroi della pace, il bene contro il male. E altri turpiloqui che occupano l’intero apparato discorsivo e d’informazione. Il cadavere è parte integrante della politica estera italiana della destra berlusconiana, alleata fedele dell’ex governo guerrafondaio di G. W. Bush. La guerra è pace diceva lo slogan del grande fratello orwelliano. I morti vengono prodotti dalla guerra voluta e sostenuta da questo governo tutto italiano, barbaro e all’occorrenza necrofilo. Un governo che continua a sfornare scandali giudiziari, leggi ad personam, querele ai giornali liberi (l’Unità e la Repubblica), attacchi quotidiani alla Costituzione, festini a base di cocaina e prostitute dovrebbe avere – quantomeno - la digestione un po’ problematica. Ma la bulimia non può arrestarsi in questo paese dipinto e costruito sull’immagine truculenta e cannibale di Silvio Berlusconi: le portate devono essere servite a getto continuo. Una bella scorpacciata di cadaveri avvolti nel tricolore e Bon appètit! Annullare la manifestazione per la libertà di stampa indetta per sabato 19 settembre è stato un errore gravissimo, il governo Berlusconi temeva e continua e temere la piazza. A maggior ragione bisognava scendere in piazza per denunciare l’accaduto, per dire che la missione in Afghanistan è una guerra e in quanto tale un crimine di Stato. E che, in nome della libertà e della Costituzione Repubblicana e Antifascista, questo paese – o per meglio dire la minoranza di italiani che Resiste!– RIPUDIA LA GUERRA!
Marco
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martedì 8 settembre 2009
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